Cronaca

Oggi ricorre il 62esimo anniversario dal Disastro del Vajont

todayOttobre 9, 2025 49

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La sera del 9 ottobre 1963, alle ore 22:39, circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal versante settentrionale del Monte Toc e precipitarono nel lago artificiale sottostante a una velocità stimata di 100 km/h. L’impatto causò un’enorme onda che superò la diga, senza danneggiarla, ma scavalcandola come un bicchiere troppo pieno.

L’onda si riversò nella stretta vallata del Piave e colpì in particolare Longarone, distruggendolo quasi completamente. In pochi secondi, il paese fu raso al suolo. Altri centri abitati come Erto, Casso, Codissago e Castellavazzo subirono danni gravissimi.

Il disastro del Vajont è uno degli eventi più tragici e significativi della storia italiana del dopoguerra. Accadde la sera del 9 ottobre 1963, quando una frana enorme si staccò dal Monte Toc e precipitò nel bacino artificiale della diga del Vajont, provocando un’onda d’acqua alta oltre 200 metri che distrusse in pochi minuti interi paesi nella valle sottostante. Morirono circa 2.000 persone. Ma ciò che rende questa tragedia ancora più dolorosa è il fatto che fu evitabile: gli allarmi c’erano, ma furono ignorati.

Un’immagine della prima pagina del “Corriere della Sera” dell’11 Ottobre 1963.

Con i suoi 261,6 metri, era una delle dighe più alte del mondo all’epoca. L’opera era considerata un capolavoro di ingegneria, progettata per sfruttare le acque del torrente Vajont e produrre energia idroelettrica.

Tuttavia, fin dalle fasi di progettazione e costruzione, emersero preoccupazioni geologiche: l’intera area era soggetta a instabilità, e il Monte Toc – che sovrastava il bacino – mostrava segni evidenti di fragilità e movimenti franosi.

Il Vajont è diventato simbolo delle conseguenze devastanti dell’arroganza ingegneristica, della corsa al profitto e dell’assenza di rispetto per l’ambiente e per le vite umane. È una tragedia che ha segnato profondamente l’Italia e che viene ricordata ogni anno con cerimonie commemorative.

L’area del disastro è oggi visitabile. La diga del Vajont è rimasta in piedi, silenziosa e imponente, a testimoniare un errore umano che non deve essere dimenticato.

Molto importante è stato anche il lavoro di Tina Merlin, giornalista che denunciò i pericoli del Vajont ben prima del disastro, ma fu ostacolata e accusata di allarmismo. La sua figura è oggi rivalutata come esempio di giornalismo civile e coraggioso.

Una tragedia che, anche dopo più di sei decenni, continua a essere ricordata per il suo impatto umano, sociale e simbolico.

Scritto da: Matteo

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